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 Un bel po' più in crisi, con l'esplosione del citizen journalism, è messa la figura del giornalista. Ciò che emerge dal dibattito è che in qualche modo questi si dovrebbe “riciclare” come guida al discernimento (del vero e del falso, del pubblicabile e dell'impubblicabile) nel bombardamento di notizie a cui siamo esposti quotidianamente. Ma non pare che la cosa funzioni a dovere: nell'epoca delle “bufale” rimbalzate a velocità impressionante (per smentire le quali basterebbe affidarsi a siti specializzati come Protezione Hoax o il blog di Paolo Attivissimo), spesso le prime vittime sono gli stessi giornalisti: ricordiamo il caso illustre di Marco Travaglio sulla cosiddetta legge D'Alia (lanciò l'allarme quando era già stata accantonata da un pezzo) o il tweet, recentissimo, di Associated Press sulle bombe alla Casa Bianca (che ha finito col condizionare l'andamento delle Borse).Twitter in particolare, poi, è diventato quasi il sostituto delle agenzie e degli uffici stampa: da un lato utenti da tutto il mondo lanciano le news nel momento in cui i fatti accadono; dall'altro politici e personaggi influenti vi affidano le loro dichiarazioni. Il Parlamento Europeo ha una piattaforma social (gestita tra gli altri da un entusiasta Steve Clark, presente al dibattito insieme al “dito di Schulz”, Rafaela De Marche, responsabile social del presidente in carica). La maggior parte dei followers sono italiani, probabilmente per diffusa sfiducia verso le istituzioni nazionali: nonostante Grillo, nonostante la crisi, pare non abbia attecchito l'atteggiamento antieuropeo. Molti dei parlamentari tengono le relazioni con l'elettorato tramite i social network: ma si può arrivare a sostenere che l'elettorato stia diventando virtuale?
A parte che il lato “social”, quello dell'interazione, è molto trascurato (specie in Italia: accade infatti spesso che i politici non rispondano alle domande che vengono poste loro, e allora qual è la differenza coi comunicati stampa?), probabilmente si ha una percezione errata del fenomeno. Si è scritto infatti che il vincolo di mandato di alcuni parlamentari, a causa degli oltre cinquecentomila messaggi twittati nelle ore frenetiche dell'elezione del Presidente della Repubblica, sia stato persino influenzato, “dirottato” dal web. È chiaro che le elezioni “vivono” e “significano” indipendentemente dai social media. Cinquecentomila messaggi sono tanti in assoluto, ma sono pochi in rapporto al numero dei votanti. E hanno un peso maggiore per il semplice fatto che questa gente si è fatta sentire. Bisognerebbe piuttosto impegnarsi perché tutta la popolazione abbia accesso a questi mezzi di espressione, perché il caso di AgoraVox (sito nato nel 2005 in Francia e precursore del citizen journalism, è riuscito a promuovere un referendum costituzionale), un caso di reale partecipazione partita dal web, non resti isolato.
 
(Maria Lucia Schito - Fonte Recensito)